Vado a fare un giro in Colombia
Il cicloturismo, oltre che opportunità di sviluppo economico, è anche occasione di crescita individuale e di scambio culturale, un modo per gettare ponti tra diverse culture.
di Cristiano Mattana
operatore e montaggio:
Cristiano Mattana

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“Vado a fare un giro”. È quello che probabilmente dice ognuno di noi quando esce di casa per una passeggiata in bicicletta per poi tornare dopo un paio d'ore.
Chissà se lo ha detto anche Giovanni Pasella, che per festeggiare il suo 50esimo compleanno è uscito dalla sua casa di Cagliari per andare a farsi il suo giro in bicicletta in Colombia. Un giretto di due mesi, percorrendo 2,000 chilometri, tra i 300 e i 4000 metri di altezza sul mare. Dalle Ande alla foresta tropicale, al deserto Tatacoa, passando per le grandi città (Bogotà, Medellin), per i centri turistici e le località sperdute del delserto o della zona "esmeraldera".

Trovata una occasionale compagna di viaggio su WARM SHOWERS – una community per cicloturisti – che lo ha accompagnato per metà del suo viaggio, e comprata una bicicletta sul posto, è partito alla scoperta di un paese diverso da come lo immaginiamo in Europa.
La Colombia, infatti, è da sempre un paese in guerra tra il governo le FARC e gruppi paramilitari di estrema destra. Con l'aggravante della lotta al narcotraffico come ce lo raccontano i tg e più spesso i telefilm americani.
Ma recentemente, a partire dal 2012 all'Avana - dove si sono iniziate ad incontrare le parti - e poi ad Oslo, dove sono iniziati i “Dialoghi di Pace” si è arrivati alla pace che si spera sia duratura. Un percorso lungo e difficile, con continue rotture delle tregue e atti di guerriglia. Ma alla fine, nel giugno del 2016, si è arrivati ad un accordo di pace, e solo a dicembre del 2016 è stato ratificato in via definitiva con l'amnistia per i prigionieri politici.

In questo contesto di riappacificazione è facile capire come i colombiani si sentano entusiasti e determinati a ricostruire, come guardino al futuro e come siano aperti verso i pochi turisti che da sempre evitano il paese. E la bicicletta che è normalmente occasione di socialità, lo è a maggior ragione in Colombia. Dove tutti i ciclisti che ti incontrano si vogliono fare un “selfie” con l'italiano matto che va in giro per il paese; dove incontri altri come te che dal sudamerica sono diretti in Alaska o stanno facendo qualche altro folle itinerario.
Gente strana i colombiani, ci racconta Giovanni, “quando chiedi loro quanto dista una città vicina, non ti dicono i chilometri che la separano, ma il tempo che ci vuole per raggiungerla.

- Quanto dista da qui Medellin?
- Due ore.
- Ma in auto o in bicicletta?
- No in auto... in bicicletta ci vorrà mezza giornata.
- E poi si chiacchiera e magari ci si ferma al bar a bersi una birra.”

Ma il cicloturismo, oltre che questo, è anche occasione di sviluppo economico. Sono sempre di più le persone che vanno in bicicletta. Milioni in Italia, e ancora di più nel resto d'Europa, con punte altissime nei paesi scandinavi. Una rete di infrastrutture potrebbe portare allo sviluppo di un turismo diverso da quello di massa che conosciamo, più sostenibile ed allungare la “stagione”. Sono in progetto molte ciclovie in Italia, a partire dalla “VenTo”, la Venezia Torino, l'anellod el Garda, l'acquedotto pugliese, il grande raccordo anulare a Roma. Ed anche in Sardegna si parla addirittura di 2000 km pedalabili in nuove ciclovie.

Insomma, qualcosa si muove anche da noi in Italia in questo settore. Nella speranza che almeno questa volta, alle parole e alle promesse seguano i fatti, che dopo i progetti le opere si realizzino effettivamente, possibilmente nei tempi previsti.

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